ENZO ROSSI-RÒISS
(Bologna)

© Ilze Jaunberga 2008
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PRESENTAZIONE ESEGETICA CON DECALOGO DEAMBIGUANTE          
(Evviva Carnevale!)          
 
in italiano  


     Premesso che il giudizio estetico deve essere articolato sulla base dell’esperienza diretta e della sensibilità innata di chi lo formula, col supporto di una buona dote di conoscenza artistica metabolizzata e conoscenze socio-culturali consolidate.
     Premesso che la migliore dote di un critico/scrittore d’arte è il suo occhio e che l’occhio formula il giudizio più affidabile (anche nei casi in cui risulta non condivisibile)  soltanto quando si sottrae a qualsiasi teoria.
     Qualunque giudizio estetico relativo ai dipinti di Ilze Jaunberga, esposti per la prima volta a Riga che è la città nella quale è nata e si è acculturata, dopo essere stati esposti in più città italiane e frequentemente a Venezia, sia articolato dopo aver esaminato il curriculum espositivo dell’artista e letto ciò che è stato scritto per bibliografarlo.

Riconoscendo che la Jaunberga:
     1 – per realizzare le sue opere non si è appropriata d’immagini create da altri: poiché ha dipinto immagini create manu-propria (col pensiero in mano), fantasticandole in dimestichezza con tutto ciò che attiene al fantasmatico;
     2 – è capace di dipingere attenta a non imitare pittori e disegnatori suoi predecessori, impegnata a non raffigurare immagini gregarie, oppure immagini tali e quali possono essere fotografate da chiunque durante rapporti ravvicinati diversamente empatici;
     3 – esplica la sua attività di donna creativa per conseguire come risultato pittorico finale una originalità inventiva ed esecutiva personale e il più assoluta possibile, destinandosi a essere apprezzata e decodificata da scrittori in dimestichezza con la scrittura critica poetica campionariata da Charles Baudelaire;
     4 – l'artisticità delle sue opere merita di essere giustificata e deambiguata scrivendo testi intenzionati a elaborare una teoria filosofica, alternativa alla teorizzazione estetica, autoruolandosi emuli dell'americano Arthur Danto ed escogitando un sistema che ci consenta di tratteggiare una visione critica personale scevra da pregiudizi condizionanti.
 
Scrivo ciò per consentirmi di affermare che:
     5 – la Jaunberga si è dato uno stile pittorico personale e una narrazione visuale con opere concatenate in cicli conseguenti, che presagiscono inequivocabilmente creatività avventurosa e affascinante, rivelandosi  artista refrattaria all’eclettismo velleitario e ai nomadismi formali sterili;
      6 – la Jaunberga dipinge disciplinata dal rispetto rigoroso di alcune “costanti” iconiche, poetiche, cromatiche e materiche: meritevoli di essere considerate “costanti” identitarie fondamentali;
      7 – la Jaunberga intrattiene dal 2002 un rapporto privilegiato (anche ravvicinato e fertile) con l'Italia e la sua multiculturalità regionale sia artistica sia letteraria, oltre che linguistica, (da Lecce a Trieste, con frequenti e lunghi soggiorni lavorativi a Venezia). Le opere selezionate per questa pubblicazione monografica, realizzata in occasione della sua prima grande esposizione a Riga, siano, quindi, analizzate come elementi (frammenti) di un ciclo pitttorico equivalente a un unico racconto lungo, anziché come opere autonome equivalenti a singoli racconti brevi antologizzabili. Un racconto unico e lungo che ha per argomento visuale il Carnevale tout court , illustrato come evento teatrale globalizzante en plein air, rappresentazione poliespressiva cosmopolita e multiculturale.
 
Considerando Carnevale di Ogni Luogo (ovunque e comunque risulti ambientato) il Carnevale jaunberghiano:
     8 – manifestazione pubblica di pulsioni represse in tant'altre circostanze, alla quale relazionarsi come spettatori/trici pensanti più che attori/trici eterodiretti/e, attivi/e con gli sguardi più che con i gesti, senza alcuna maschera sul viso per interagire responsabilmente con naturalezza vis à vis, estraneando ogni esibizione di eccentricità ingannevole e fuorviante;
     9 – mise en scene metaforica di emozioni e interrelazioni multietniche disinibite perchè mascherate;
     10 - show esistenziale dell’effimero mistificatorio, che ha per protagonisti figuranti di ogni età, portatori in gran numero di eccellenze represse o soltanto esibite: abbigliati con vestimenta appositamente  confezionate o noleggiate, per simulare vagheggiamenti e movenze di personalità e caratterialità inemulabili.
 
     Un Carnevale dell'insolito e del trasgressivo festivalierato, generatore d'iconografia divertita e divertente anche quando contiene iconizzati i Cavalieri dell'Apocalisse, al quale partecipare condividendo l'ironia erudita e le burlescherie intelligenti.

 
 
 
"PRIAPEIDE VETROSA" (Realizzata a Murano per la Berengo Collection a Venezia)          
 
in italiano  

     Molti dei visitatori Della expo "Priapeide Vetrosa", allestita nella sede della Berengo Collection a Venezia (San Marco 412/413), in concomitanza col Carnevale 2010 e col patrocinio della Compagnia De Calza "I Antichi", coglieranno l'occasione per improvvisarsi poeti priapei, oppure per dissertare intorno alla carica simbolica del flauto diritto o dolce che da sempre simbolizza il fallo nell'immaginario erotico: particolarmente quando risulta suonato da flautiste che rammemorano i tempi antichi romani, durante i quali suonare con arte il flauto ha sottinteso praticare con arte la fellatio come le "ambubaie" siriane, rappresentando una categoria di prostitute signorili e ballerine raffinate (docet Petronio col suo Satyricon: Quid enim, inquit, ambubaia non me misit?). Tanto che nell'odierno dialetto romanesco, l'espressione "suona stò ciufolo" sta a designare la medesima pratica erotica, poiché il "ciufolo" da suonare è il "ciufolo a pelle", ovvero il membro maschile. Derivando i risvolti erotici del flauto anche dalla pratica e dall'insegnamento dello strumento, con l'implicazione dello studio della cavità orale e dell'esercizio della lingua ( i così detti "colpi di lingua"), con tutto ciò che ne consegue nell'immaginario erotico maschile…soprattutto. I più eruditi improvviseranno dialoghi licenziosi, del genere fescennino antico, con riferimenti alla "Dionisie", le feste annuali celebrate nell'antica Grecia in onore di Dioniso (dio del vino) e di Hybris (l'ebbrezza smisurata): feste durante le quali, in città come in campagna, si formavano lunghi cortei, detti "Falloforie", all'interno dei quali ogni famiglia brandiva un fallo e mo' di cero, scambiando motteggi osceni rituali e cantando canzoni falliche e inni licenziosi. Tra le più famose le feste della città dorica di Sicione. Del testo di una canzone è noto questo frammento: "Ritiratevi, fate posto / al dio! Perché egli vuole / enorme, retto, turgido, / procedere nel mezzo". Sapendo che ad Atene, le principali feste di Dionisio erano le "Lenee", nel mese di Gamelione (dicembre-gennaio) e le grandi Dionisie nel mese di Elafebolione (febbraio-marzo). E che in ciascuna di queste occasioni, nei tre giorni successivi alla cerimonia si svolgevano rappresentazioni drammatiche. Aristofane, negli "Acarnesi", teatralizza Diceopoli che va alle Dionisie con la moglie, la figlia in qualità di canefora (portatrice sul capo di un canestro con gli strumenti del sacrificio) e due schiavi che portano il fallo. "Xantia, voi due dovete tenere il fallo ritto dietro la canefora: io seguirò cantando l'inno fallico…Avanti", dice Deceopoli. (Negli scritti di Aristofane il fallo è nomato cece, chicco d'orzo, chiodo, toro). Ai visitatori giapponesi, le scarpe in vetro di Murano, creazioni di Ilze Jaunberga calzate da piedi fallomorfi di cristallo trasparente, rammemoreranno le Falloforie di Komaki a sud di Tokio dove hanno nome "Hounen Maturi", celebrate il 15 marzo di ogni anno: con sciamannati d'ambo i sessi euforizzati dal sakè, nel ruolo di portatori di sculture legnose fallomorfe (ex-voto) di ogni peso e dimensione (3 quintali la più pesante, ricavata da un tronco di cedro), all'antico santuario di Tagata.
     Ai conoscitori informati di ciò che si può creare modellando artisticamente la materia vetrosa, infine (finalmente!), e ai collezionisti di sculture in vetro che non raffigurano, diversamente dimensionato e colorato, il solito abbraccio frontale di amanti in piedi e la stereotipia varia decorativa, modellata per clienti turisti massificati, "Priapeide Vetrosa" risulterà meritevole di essere esaminata cominciando con l'accertamento delle dimensioni dell'area metaforica nelle quale fare esplodere la carica simbolica delle opere che la costituiscono. Approcciando, così, ognuna delle sculture dell'artista lettone come oggetto materiale scultoreo dotato di pertinenze estetiche, degno di essere esaminato da estetologi più che da pseudo e simil esegeti maldicenti. Perché di "Priapeide Vetrosa" si parli e si scriva con cognizione di causa…come suol dirsi!